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Latticini e Formaggi Irpini.

Latticini e Formaggi irpini

Articolo tratto dal volume della Comunità Montana Terminio Cervialto "I gusti del Borgo - Paesaggio, storia ed enogastronomia nell’Irpinia del benessere", edito da De Angelis e curato da Luigi Cremona e Luciano Pignataro.

Il caciocavallo affumicato è un formaggio stagionato a pasta semicotta o cotta e filata, ottenuto da latte di vacca pastorizzato o termizzato, con l’aggiunta di solo caglio, fermenti lattici, sale e successivamente affumicato con fuoco di legna e/o paglia naturale.
E' un prodotto a pasta semidura, elastica, di colore bianco avorio. La crosta è sottile, liscia, di colore bianco crema o bruno nel prodotto affumicato. Si presenta di forma sferoidale con testina di diametro 9-12 cm, legatura con fibre vegetali, ed un peso compreso fra 1 e 2 kg. E' un formaggio dal sapore butirroso e leggermente aromatico che diviene piccante con il procedere della stagionatura. Conservato oltre i 12 mesi il prodotto aumenta di consistenza e può andare incontro a spaccatura della crosta.
Il sapore diviene salato ed intenso, mentre il colore della pasta imbrunisce.
Utilizzato soprattutto come prodotto da tavola, il caciocavallo affumicato, vanta numerosi stimatori grazie al gusto particolare che lo caratterizza, risultato della stagionatura in locali dove si ardono legni pregiati che producono fumi aromatici.
L’origine della denominazione "caciocavallo" è piuttosto controversa. Alcuni pensano derivi dall'uso di appendere ad asciugare i formaggi, legati in coppia, a cavallo di una trave, altri invece dal fatto di modellare la pasta "a cavalluccio". Secondo fonti più accreditate, invece, tale denominazione nacque al tempo del Regno di Napoli, quando si usava imprimere sulla superficie del formaggio un marchio rappresentante un cavallo. Tra i prodotti emergenti ottenuti con la stessa tecnologia del caciocavallo è da annoverare il " Bebe". Si tratta di un prodotto che presenta una forma allungata con due testine opposte, di cui una di dimensioni maggiori. La forma ricorda quella di un bimbo in fasce, da cui il nome. E' un prodotto di recente introduzione sul mercato, viene generalmente consumato fresco dopo una breve stagionatura di qualche giorno e per questo incontra il gusto di molti consumatori che lo preferiscono al caciocavallo per il sapore più delicato.

Il caciocavallo podolico è il più apprezzato formaggio meridionale, è infatti definito il re dei formaggi bovini.
Si differenzia  dagli altri caciocavalli per la particolare tecnica di lavorazione, che prevede l’utilizzo esclusivo di latte proveniente da un’unica munta mattutina di vacche di razza Podolica. Razza rustica e robusta, che vive all' aperto tutto l'anno, senza particolari cure dell'uomo, la Podolica produce latte con superbe qualità organolettiche, ricco in grassi e proteine e con note di erbe sempre diverse a seconda della stagione o dei pascoli dove si nutre. La Podolica, difatti, alterna a suo piacimento graminacee, foraggiere, malva, ortica, germogli di rovo, biancospino, ma anche frutti di bosco, come fragole e mirtilli, che conferiscono al formaggio un colore paglierino o giallo intenso ed un profumo particolare. Il caciocavallo podolico, pertanto, è legato alla transumanza anche attraverso il sapore: infatti, in estate e in autunno, quando i bovini sono portati sui Picentini, il formaggio assume caratteristiche aromatiche che si esaltano con la stagionatura, durante l’inverno, invece, il pascolo in pianura, meno vario, conferisce al caciocavallo aromi più marcati. Di forma tondeggiante più o meno piriforme con ingrossamento superiore del collo al quale vengono applicate corde di rafia, questo formaggio si presenta, se giovane, con crosta sottile, liscia ed uniforme, di colore giallo paglierino, se  stagionato, con crosta dura e di colore giallo intenso. La pasta compatta, morbida, burrosa, senza occhiatura all'inizio della stagionatura, in seguito diviene dura a sfoglie sovrapposte di colore giallo paglierino che evolve in giallo con la stagionatura. Al palato risulta leggermente granuloso, con  sapore aromatico, dolce e delicato se giovane, leggermente piccante con profumi complessi di pascolo e spezie se maturo. Il caciocavallo ha conquistato il favore del pubblico grazie alla sua versatilità. E’ infatti, adatto ad essere consumato fresco, stagionato, fuso o anche, col tempo, grattugiato.

Servito in fette da due centimetri di spessore o a scaglie, se molto stagionato, si accompagna con vini rossi, castagne arrostite e funghi porcini.
E' dalla notte dei tempi che si produce questo caciocavallo, con una ricetta che si tramanda di padre in figlio. L’origine del termine caciocavallo è piuttosto controversa; probabilmente deriva dal fatto che le forme di cacio, appaiate da un legaccio, venivano appese ad asciugare a cavallo, appunto, di un sostegno di “pertiche” disposte in prossimità di focolari, oppure dal fatto che gli allevatori-casari vivendo in montagna quando scendevano in paese trasportavano questo cacio ponendolo a cavallo del basto delle bestie da soma.
La denominazione “podolica” è invece conseguenza dal fatto che questo formaggio viene prodotto esclusivamente con  latte di vacche podoliche. Caratteristica, sin dall’antichità, che ne rende il prodotto pregiato nonchè concausa di prodotto certificato è l'esigua quantità di resa/prodotto (il formaggio) rispetto alla materia lavorata (il caglio).
L’area di produzione del caciocavallo podolico, tende a coincidere con quella di allevamento del bovino: in provincia di Avellino si evidenziano i contrafforti dei Monti Picentini.
Il caciocavallo podolico è prodotto, tuttavia, anche fuori dalle aree di allevamento, ma vanno considerate aree principali di produzione quelle dove la bovina Podolica è allevata, ancora oggi, allo stato brado e attraverso la tecnica delle transumanza. Il top della produzione si ha nel territorio di Montella.

Il caciocavallo silano DOP è uno dei più antichi formaggi semiduri a pasta filata, prodotto con latte vaccino di diverse razze, tra cui la podolica, coagulato grazie al caglio (acido estratto dallo stomaco del vitello) ad una temperatura di 36-38°C . La maturazione, che dura dalle 4 alle 10 ore, permette alla pasta di fermentare: questa è pronta solo quando può essere filata. Una volta pronta la pasta viene lavorata in forma di cordone e tagliata in tanti segmenti; ogni pezzo è poi chiuso all’apice immergendolo in acqua bollente. La rifinitura viene completata a mano, conferendo così al prodotto forma, sferica, ovale o troncoconica, a secondo delle diverse aree geografiche di produzione. Le forme così plasmate, vengono immesse in salamoia per qualche ora, solo dopo, legate a coppie e sospese a cavallo di apposite pertiche per la stagionatura. Si ottiene così, un prodotto di peso compreso fra 1 e 2.5 kg , con crosta, sottile, liscia, di marcato colore paglierino in superficie e con presenza di leggere insenature dovute ai legacci. La pasta appare omogenea o con lievissima occhiatura, di colore bianco o giallo paglierino.
Il sapore è aromatico e tendenzialmente dolce, ma col tempo, aumentando la stagionatura, vira al piccante.
Grazie alle sue qualità nutritive, e in particolar modo al suo ricco contenuto di calcio, il caciocavallo silano DOP è particolarmente adatto per le diete di bambini, anziani e sportivi.
Il curioso nome del caciocavallo deriva probabilmente dalla tradizionale legatura a coppie, che consentiva di metterlo a stagionare “a cavallo” di una pertica in prossimità di focolari. Questa lavorazione ebbe tanto successo, che nel corso dei secoli la formula venne esportata dalla nostra penisola in altri Paesi, e in particolare in Oriente.
Il primo autore a descrivere la tecnica usata dai greci nella preparazione del caciocavallo fu Ippocrate. Già nel Cinquecento a.C. infatti, il grande medico accennava alla bontà di questo formaggio a pasta filata, oggi onorato dalla Denominazione di Origine Protetta e tutelato da norme produttive severissime, che ne salvaguardano l’autenticità.
La denominazione “Silano” deriva, invece, dalle origini antiche del prodotto legate all’altipiano della Sila.
La produzione del Caciocavallo Silano DOP è localizzata nelle aree interne delle regioni Calabria, Basilicata, Campania, Molise e Puglia. In Campania ne sono interessate, parzialmente, tutte le province.

Il fiordilatte dell’Appennino Meridionale DOP è un formaggio fresco a pasta filata, molle, ottenuto dalla fermentazione di latte intero vaccino proveniente da una o più mungiture consecutive, effettuate nell'arco di sedici ore, e consegnato crudo al caseificio entro 24 ore dalla prima mungitura.
Il sistema di produzione vanta antiche origini e segue le stesse fasi di lavorazione della mozzarella vaccina (riscaldamento del latte, coagulazione, rottura della cagliata, filatura, formatura, salatura e confezionamento) dalla quale si discosta però per forma e consistenza della pasta.
Privo di crosta, di color bianco-latte con sfumature paglierine, pelle di consistenza tenera ed una superficie liscia, lucente ed omogenea, il fiordilatte dell’Appennino Meridionale presenta un sapore caratteristico, fresco, di latte delicatamente acidulo ed un contenuto di grasso sulla sostanza secca non inferiore al 40%.
La sua  pasta ha una struttura fibrosa, una consistenza morbida ed una leggera elasticità, che rilascia al taglio, in seguito alla lieve compressione, del liquido lattiginoso, omogeneo e privo di chiazze o striature; sono, inoltre, ammesse al taglio piccole occhiature ripiene di latticello. Il suo aspetto è generalmente rotondo, ma a seconda dell’area di provenienza, si può trovare in commercio anche in forma di treccia, nodino o parallelepipedo, con un peso variabile fino a 500 g.

Il fiordilatte dell’Appennino Meridionale DOP vanta di antiche tradizioni. Tra i più conosciuti vi è quello di Agerola, ottenuto con latte vaccino di qualità eccezionale, tanto da rendere questo formaggio parte integrante del patrimonio lattiero caseario della Campania e delle regioni centro meridionali. Le origini storiche della cittadina Agerolese risalgono all'epoca pre-romana. Essa era infatti già nota per la produzione di latte molto salutare ai tempi di Galeno. Per la produzione del fiordilatte si è sempre usato latte vaccino di qualità tanto che questo formaggio è ormai parte integrante del patrimonio lattiero-caseario della Campania e in particolare in molti comuni dell' Irpinia.
La produzione del fiordilatte interessa le Regioni Campania (intero territorio), Molise (Campobasso), Basilicata (Potenza), Calabria (Cosenza), Puglia (Bari, Foggia e Taranto) ed il Lazio (Frosinone e Latina). Le aree della Campania maggiormente vocate e di solida tradizione sono: la penisola Sorrentina, l'Alto Casertano, Sannio, Irpinia e Vallo di Diano.

Il pecorino bagnolese è un formaggio a pasta cruda, prodotto stagionalmente a livello locale con latte di pecora “bagnolese o malevizza” allevata prevalentemente al pascolo. Esso è ottenuto da latte crudo, intero a parziale acidità di fermentazione, coagulato con caglio liquido di agnello prodotto artigianalmente.
Prodotto a pasta dura, lavorato manualmente, è sottoposto a stufatura naturale e salato a secco quando ha raggiunto una maturazione media (3-6 mesi) di tipo proteolico-lipolitica. Si presenta di forma cilindrica, con peso che oscilla da 1,5 e 2  kg. Mostra una crosta rugosa, dura, di colore giallo tendente al marrone bruno ed una pasta compatta, grassa, leggermente occhiuta e di colore giallo paglierino, al gusto granulosa e gradevolmente piccante; caratteristiche che si accentuano poi con il procedere della conservazione. Utilizzato sia fresco che stagionato come formaggio da tavola o da grattugia, al taglio si presenta  compatto, all'olfatto reca un odore di latte ed erba fresca. Servito in fette da due centimetri di spessore, si sposa bene con il tartufo nero di Bagnoli Irpino.

Il pecorino è senza dubbio uno dei formaggi più antichi del mondo. Del formaggio pecorino hanno scritto Ippocrate, Galeno, Plinio il Vecchio. Anche Virgilio parla nelle sue opere del "cacio pecorino". Diversi sono i tipi di pecorino prodotti in Campania, prevalentemente nelle zone interne. Di particolare tipicità e pregio è , però, il “pecorino bagnolese”, la cui denominazione deriva sia dal nome del comune di Bagnoli Irpino, in provincia di Avellino, dove l'ovino è prevalentemente allevato, sia dal nome della pecora utilizzata per ottenere il latte di questo formaggio, la “bagnolese”. La pecora bagnolese è una popolazione che da sempre ha dimostrato di avere una buona adattabilità ad ambienti ritenuti solitamente più difficili.

Il territorio interessato alla produzione del “pecorino bagnolese” è quello dell’ Alta Valle del Calore con i comuni di Bagnoli Irpino, Nusco, Montella, Volturara Irpina, Chiusano San Domenico e Venticano.
Il “pecorino di Laticauda” è un prelibato formaggio ricavato dal latte di pecora della razza autoctona laticauda dalla quale prende il nome.

La sua tecnica di lavorazione è quella tipica di tutti i formaggi di pecora. Il latte fresco appena munto o proveniente dalla mungitura precedente viene fatto riscaldare ad una temperatura di 34-38°, viene poi aggiunto caglio di agnello e sale. L'impasto così ottenuto è rotto in grani di piccole dimensioni, raccolto con le mani, sistemato nelle fiscelle e  pressato delicatamente nello stampo, che disegna sulla crosta la fitta rete striata tipica dei formaggi “canestrati”.
Le forme vengono messe in salamoia e lasciate stagionare dai 2 ai 4 mesi. Durante questo periodo, raggiunto un buon grado di maturazione, inizia una fase di “sudorazione”, ossia il formaggio emette qualche goccia di liquido, viene dunque unto per diversi giorni con olio extra-vergine di oliva o con strutto di maiale al fine di migliorarne le caratteristiche di conservazione.
Si ottiene così un prodotto di forma cilindrica dal gradevole ed intenso odore di latte pecorino che può essere commercializzato semistagionato (con un peso di circa 300 g) dopo circa due mesi, oppure  stagionato (con peso fino a 5.5 kg ) dopo un anno.
A seconda della stagionatura il pecorino di Laticauda  presenta caratteristiche morfologiche e organolettiche diverse; il prodotto semistagionato ha, infatti, una consistenza più morbida, con leggera occhiatura, quello stagionato presenta invece, una consistenza più dura, a tratti farinosa, non aderente allo strumento di taglio, con grana fine e frattura a scaglie, priva di cavità interne ed imperfezioni.
Il colore del prodotto varia dal giallo paglierino al giallo brillante in relazione alla stagionatura e al tenore di grassi. La pasta compatta e pastosa ha un sapore leggermente piccante più delicato per il prodotto stagionato. Il pecorino di Laticauda è considerato dai buongustai un eccellente compagno del vino rosso, del pane e dei salumi caserecci.
Le origini del pecorino si perdono nella notte dei tempi. Le prime testimonianze risalgono all'epoca romana e raccontano di un formaggio pregiato. Non a caso un’antica citazione  sul formaggio pecorino ci proviene da Plinio il vecchio il quale, descrivendo i diversi tipi di formaggio presenti in Roma, elogiò il pecorino all'epoca chiamato "sarsinate". Fin dall’antichità era usanza provvedere alla salatura ed aromatizzazione delle forme da stagionare, a seconda dei gusti delle diverse aree della regione. In quasi duemila anni, la tradizione orale ha tramandato le tecniche e gli strumenti di caseificazione del pecorino, con riferimento ai metodi di cagliazione o coagulazione del latte, alla frantumazione della cagliata, alla compressione, premitura, sgocciolatura, scottatura e salatura, a seconda dei diversi tipi di pecorino che si vuole ottenere. Oggi, oltre al prodotto fresco o stagionato, sono disponibili pecorini con gusto più delicato (con aggiunta di latte bovino) o aromatizzati alle erbe e al tartufo nero.
L'area di produzione del ”pecorino di Laticauda” interessa i comuni montani e collinari delle province di Benevento, Caserta , ed Avellino. 
Il pecorino è un formaggio ottenuto da latte intero di pecora, semicotto, cagliato, salato e messo in forma.
Il caglio naturale è talvolta aromatizzato con varie erbe, spezie e germogli, che conferiscono al prodotto un leggero sapore di noce moscata. Si presenta di forma cilindrica con peso variabile fino ai sei chili nel prodotto stagionato, e con un intenso odore di latte pecorino. Di consistenza morbida con leggera occhiatura di piccolo diametro e con un colore giallo paglierino si mostra il pecorino fresco, che va mangiato poco dopo la caseificazione. Di colore giallo brillante, più consistente e rugoso con grana fine e privo di cavità interne ed imperfezioni è invece il pecorino stagionato, lasciato maturare in un luogo fresco, oscuro e poco areato perchè acquisti sapore nel tempo. Dal sapore persistente, tendente al piccante se ben stagionato, e un odore pungente ricco di aromi dovuti al pascolo, il pecorino può essere, dunque, consumato fresco o se molto stagionato da grattugia.
Le origini del Pecorino si perdono nella notte dei tempi. Le prime testimonianze risalgono all'epoca romana e raccontano di un formaggio pregiato. Non a caso un’antica citazione sul formaggio pecorino ci proviene da Plinio il Vecchio il quale, descrivendo i diversi tipi di formaggio presenti in Roma, elogiò il pecorino all'epoca chiamato "sarsinate". Fin dall’antichità era usanza provvedere alla salatura ed aromatizzazione delle forme da stagionare, a seconda dei gusti delle diverse aree della regione. In quasi duemila anni, la tradizione orale ha tramandato le tecniche e gli strumenti di caseificazione del pecorino, con riferimento ai metodi di cagliazione o coagulazione del latte, alla frantumazione della cagliata, alla compressione, premitura, sgocciolatura, scottatura e salatura, a seconda dei diversi tipi di pecorino che si vuole ottenere. Oggi oltre al prodotto fresco o stagionato, sono disponibili pecorini con gusto più delicato (con aggiunta di latte bovino) o aromatizzati alle erbe e al tartufo nero.

La ricotta non è un vero e proprio formaggio. Essa, infatti, non si ottiene per stagionatura della cagliata, bensì lavorando il siero di latte che si libera dalla cagliata durante la caseificazione; va dunque più correttamente considerata un latticino. Il termine ricotta deriva dal latino “recoctus”, che indica la ricottura del siero dopo la produzione del formaggio. Il siero viene portato ad una temperatura di circa 90°C con aggiunta di acido citrico e sale. In seguito alla rimescolatura con spini di acero, si ottiene l’affioramento della ricotta grazie ad una sostanza contenuta nel siero, la lattoalbumina, che con l’effetto dell’acido si rapprende e assume forma di fiocchi morbidi. Questi fiocchi vengono poi raccolti con un colino, messi in caratteristici cestelli di vimini per ultimare la scolatura e per raffreddare. A questo punto la ricotta è pronta per essere consumata fresca nell’arco di qualche giorno. Di pasta color bianco candido, morbida e friabile, gusto dolce e con un profumo delicato di latte. Per renderla conservabile più a lungo può essere salata in superficie e lasciata maturare all’aria, in locali tradizionali, per qualche giorno, ottenendo così una ricotta essiccata, più consistente e sfarinabile, dal colore bianco più scuro e sapore tendente al salato.
Nonostante si ottenga dalla parte più povera del latte, la ricotta possiede un elevato valore nutritivo: presenta un alto contenuto di proteine - quelle del siero del latte che hanno un valore biologico superiore a 90 - e un basso contenuto di grassi, tanto da essere annoverata tra i prodotti più magri. A seconda del tipo di latte e delle eventuali aggiunte (parti di altri sieri, di latte intero) è possibile ottenere ricotte con sapori e consistenze diverse.
Di grande qualità tra le produzioni di ricotta in Irpinia, risultano essere anche quelle di pecora e di capra. La ricotta di pecora, prodotta con siero di latte vaccino e latte ovino, dalla pasta fine e cremosa, risulta essere la più saporita, soprattutto grazie alla qualità dei grassi. I grassi contenuti nel latte di pecora, infatti, sono più aromatici e conferiscono alla ricotta un sapore inconfondibile e tipico. Inoltre, le sue particelle di grasso sono più piccole, pertanto si presenta più digeribile.
 La ricotta di capra, invece, prodotta esclusivamente con siero di latte caprino, è la tipica ricotta che va consumata fresca, non richiede, difatti, stagionatura. Di forma tronco-conica senza crosta e con una pasta bianca, delicata, morbida e cremosa viene prodotta durante il periodo di lattazione delle capre. Fra tutte le ricotte, quella di capra, risulta essere la più digeribile, ha infatti le stesse caratteristiche del latte materno che la rendono adatta anche ai più piccoli. Che sia vaccina, che sia ovina o che sia caprina, la ricotta, è un alimento molto versatile nella gastronomia; può esser infatti consumata in molteplici modi: come pietanza singola, come base di dolci, di primi piatti, e se essiccata, è ottima mangiata come antipasto (con salame piccante e fave fresche crude) o grattugiata sulla pasta.
La ricotta è un formaggio antico come l’uomo. Essa, infatti, fin dall’antichità è stata cibo largamente diffuso e consumato. Apprezzata soprattutto nel Medio Evo, col mutare delle condizioni socio-economiche e alimentari, venne messa però un po’ in disparte, tanto che nell’Ottocento era considerata il formaggio dei poveri, perché costituiva un alimento altamente nutritivo, ma a basso costo. Con il passar del tempo la ricotta è stata poi rivalutata per le sue notevoli proprietà nutrizionali. Essa addirittura compare nel menu studiato per i futuri viaggi spaziali perché nutriente, digeribile, versatile, con un perfetto equilibrio aminoacidico, ma anche fresca e friabile. Oggi la ricotta è un cibo presente in ogni regime alimentare perché consente di abbinare il gusto di un buon “formaggio” a un contenuto calorico molto basso.

La scamorza è un formaggio tipico, crudo a pasta filata prodotto con latte intero pastorizzato. Il tipo di latte utilizzato può essere interamente vaccino o misto vacca e pecora.
Prodotta tutto l'anno a livello regionale, è ottenuta dalla coagulazione di latte crudo, o talvolta pastorizzato, con caglio liquido di vitello. Sottoposta ad una stagionatura piuttosto breve, la scamorza, dopo una quindicina di giorni di maturazione è pronta per il consumo. Può anche essere sottoposta ad affumicatura.
Il prodotto finito presenta pasta elastica, compatta e senza occhiature, di colore giallo paglierino.
La crosta è liscia, sottile, di colore paglierino tendente all’ocra nel tipo affumicato. Di forma sferoidale con una leggera strozzatura centrale oppure a pera con testina; ha un sapore dolce, delicato e leggermente aromatico che diventa decisamente più accentuato nel tipo affumicato.
Per quanto concerne l’aspetto dietetico nutrizionale, essa presenta un importante apporto di proteine di elevata qualità biologica, calcio altamente assimilabile e vitamine B1, B2, PP ed A. Contiene inoltre buone quantità di fosforo. Di pezzatura compresa fra 250 e 300 grammi le scamorze vengono distribuite ai negozianti legate a coppia con un filo di rafia avvolto intorno alla strozzatura, ed utilizzate soprattutto come prodotti da tavola.
La scamorza, in tutte le sue tipologie, ha la stessa antichissima storia della mozzarella o se vogliamo della pasta filata in genere, il cui successo dipende, oltre che dalle razze animali impiegate e dal tipo di alimentazione delle stesse, anche dall’abilità e dall’esperienza del casaro nello stabilire il momento più adatto per l’inizio della filatura, che rappresenta senza dubbio la fase tipica e tradizionale del processo di lavorazione.
Nel rituale dei consumi la scamorza si colloca a metà strada tra il fresco fiordilatte e il più a lungo stagionato caciocavallo. Incerta è l'origine del nome che qualcuno fa derivare dal verbo "scamozzare" che significa togliere una parte. Il casaro, infatti, con le mani spezza la pasta e dà al formaggio la sua caratteristica forma sferoidale con una strozzatura nella parte superiore.
La scamorza non essendo un formaggio DOP non può vantare una sua zona di produzione peculiare, viene prodotta infatti in diverse regioni, principalmente in Campania e in particolare in tutta la provincia di Avellino.